Why I Am Not a Christian by Bertrand Russell

Niente da aggiungere… Enjoy

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Racconto di Capodanno 2016

Eccoci qui, un altro anno è andato e un nuovo racconto di capodanno arriva…
Buon anno! Enjoy.


Paradisità Vigilata

Forse è successo anche a voi, almeno a qualcuno, non a tutti certo, per esempio c’è chi non beve affatto e quindi non può essergli successo, ma a me sì, perché ero un alcolista e quindi mi è successo più d’una volta di bere abbastanza da non ricordarmi nulla il giorno dopo e vivere nel terrore di aver combinato qualcosa di vergognoso. Gli americani hanno un termine per questo, si chiama drunk shame, la vergogna dell’ubriaco insomma. È come essere l’unico che non ha visto un film di cui tutti parlano con te alla voce protagonista.
Da quando Ally mi ha lasciato, la frequenza dei black out è diventata piuttosto alta.
Ally, lei sì, era in grado di togliermi il drunk shame, o di esaltarlo alla massima potenza, da quando è andata via, lasciando un pacchetto di sigarette usato come unico indizio del nostro passato, non ho nessun riscontro alla paranoia mattutina e questa sensazione di colpevolezza mi perseguita fino a quando non sono abbastanza ubriaco da affogarla di nuovo.
Tuttavia, dopo un anno di compatimento e amnesie selettive ho finalmente deciso di smettere! Proprio la notte di capodanno.
Ho sempre creduto che il mio amico Erik, detto BigE, dicesse che smettere di colpo non fa affatto bene solo perché ero rimasto il suo unico compagno di sbronze. Invece, forse il vecchio BigE aveva ragione, come quando diceva che era matematico che Ally mi avrebbe lasciato. In effetti l’unica cosa davvero diversa di questo capodanno astemio rispetto al solito delirio alcolico è il fatto che mi ricordo perfettamente ogni cosa, non mi succede da dodici anni e quindi, per quanto assurdo sia ciò che è capitato, voglio fissarlo sulla carta per essere certo di non dimenticarlo mai.
Scrivere non è certo il mio mestiere ma cercherò di fare del mio meglio per ricordare precisamente tutti i fatti accaduti dalle 23:30 del 31 dicembre 2016, alle 4:55 del 1 gennaio 2017 quando mi sono risvegliato sulla poltrona rossa del mio salotto e ho preso a scrivere. Come dice BigE: cominciare dall’inizio è un’ottima abitudine.

Le cose sono andate così, dopo aver sfanculato BigE che tentava continuamente di farmi bere, alle 23:30 mi sono ritrovato solo nella piazza dell’urbanizzazione di quasinuovissima costruzione Caraco, dove malauguratamente mio padre mi ha acquistato una casa poco prima di morire.
Ci sono due cose da sapere dell’urbanizzazione Caraco: 1 è un posto tetro, 2 la notte di capodanno è completamente disabitata, a causa della vicina e famosissima Sagra del Cinghiale Bianco, paragonabile a un sabba celtico alcolico a cui manco a dirlo ho partecipato negli ultimi dodici anni, senza ricordare nulla del motivo per cui tutta la provincia si riversi lì la notte di capodanno.
Alle 23:40 ero ormai deciso a smettere di passeggiare per i vicoli vuoti, tornare a casa, accendere la tv e brindare con un bel tè verde alla lucidità ritrovata. Erano ormai diciassette ore che non toccavo un goccetto e mi sentivo molto bene, in barba alle baggianate di BigE. Fu proprio allora che Caracol piombò nel buio assoluto e una sirena infernale cominciò a suonare fortissimo soltanto per me, mi trovai costretto a tapparmi le orecchie cogli indici piantati dentro ed ero così confuso dal suono penetrante che per trovare riparo mi infilai nella prima casa che avevo davanti.
Erano le 23:50 quando entrai nella casa, lo ricordo perché l’unica luce disponibile la facevano le lancette fluorescenti del mio finto Rolex. Quando la sirena cessò di suonare, con mio grande sollievo notai che la luce in strada era tornata e avevo ancora quasi dieci minuti per tornare a casa mia e mettere il tè in infusione. Afferrai la maniglia della porta per uscire, ma ben presto mi resi conto che era impossibile aprirla. La maniglia era bloccata, come cementata nello stipite. Le ho provate tutte, ho tentato perfino di sedermici sopra provocandomi una lacerazione perineale piuttosto seria, ma più mi sforzavo, più la maledetta porta mi resisteva.
Le lancette fluorescenti segnavano le 23:55 quando decisi che nessuno mi avrebbe negato di celebrare il mio primo capodanno analcolico, il primo giorno di una vita nuova, sobria e cosciente. Chiunque abitasse in quella casa doveva pure avere il nécessaire per un tè. Se fossero rientrati avrebbero semplicemente trovato un estraneo, sobrio e disarmato, seduto in cucina. Avrei alzato le mani e spiegato loro come ero finito nella loro casa a bere tè a capodanno e subito dopo avrei chiesto che diavolo aveva quella maledetta porta. Mi pareva un ottimo piano. Accesi la luce e presto individuai la cucina, alle 23:59 la mia bustina di tè galleggiava fieramente in una tazza gialla col logo di Superman. Avrei dato un’occhio perchè Ally mi vedesse così, e anche BigE vi dirò.
Alle 23:59:59 ho chiuso gli occhi, levato la tazza di Superman come una coppa e proteso le labbra nel vuoto, immaginando quelle di Ally baciarmi. Quando ho riaperto gli occhi, di Ally nessuna traccia, c’erano invece due uomini in frac che mi guardavano straniti dalla porta della cucina.
Credendoli i padroni di casa, ho fatto quello che mi ero ripromesso, ho alzato le mani e ho spiegato la faccenda del black out, della sirena, eccetera… ma i due non si interessavano affatto alle mie giustificazioni, mi guardavano con un misto di disprezzo e rimprovero, continuando a chiedersi l’un l’altro: “Possibile che sia lui? Sei sicuro?”
Era un atteggiamento abbastanza maleducato secondo me, detesto quando gli altri parlano di te come se non ci fossi. “E una grave mancanza di rispetto. – dissi infervorato – E vi dirò che voi non sembrate affatto i padroni di casa” ho detto. I due sembravano effettivamente alieni all’ambiente quanto me, uno era alto e secco, gli occhi scavati in fondo alla fronte erano neri e qualcosa, soprattutto il naso largo e la bocca sottile mi erano in qualche modo familiari.
Fu l’altro a prendere l’iniziativa, un nano biondo che il frac faceva assomigliare a Danny La Minaccia al ballo di fine anno. Senza chiedere il permesso il nano si avvicinò e mi strappo dei capelli. Tentai di protestare, ma mi mollò uno schiaffo.
Non sapevo cosa pensare, anzi lo sapevo benissimo: se avessi semplicemente continuato a bere ora sarei stato con BigE, al sicuro in macchina verso l’ennesimo open bar, invece che nella casa di un estraneo alla mercé di due spettri in frac.
Il piccoletto porse i miei capelli allo smilzo che nel frattempo aveva tirato sul tavolo della cucina un armamentario di fiale e fialette. Mise i capelli in una provetta e poi ci aggiunse due liquidi, chiuse la provetta e agitò forte, l’acqua diventò blu, allora disse: “Purtroppo non c’è dubbio, è proprio lui.”
Il piccoletto mi prese per un orecchio e disse: “Andiamo allora, abbiamo poco tempo.” Mentre mi trascinava fuori, mi chiedevo perché non sentissi scoppiare i celeberrimi fuochi della Sagra del Cinghiale Bianco, ma quando finalmente il piccoletto mi mollò l’orecchio e ci ritrovammo a fluttuare in un cono di luci colorate, tutto mi apparve più chiaro.
Lo smilzo mi disse: “Charlie tu non ci crederai, ma io sono il tuo bisnonno: Ermengardo Terzo de Terranova, almeno sono quello che ne rimane e lui è il mio incubo peggiore: un nano incazzato in frac, si chiama Signor Danny. Ora non ho tempo di spiegarti, quando morirai, capirai. Sappi solo che il Signor Danny, cosi ti devi rivolgere a lui, è qui per valutare la mia richiesta di Paradisità Vigilata.”
“Piacere signor bisnonno, è tutto molto interessante, ma che c’entro io?”
“Silenzio e ascolta.” bastò la minaccia dello schiaffo grassoccio del Signor Danny a zittirmi, intanto il cono di colori cominciava a fluttuare sempre più forte.
“Ecco Charlie questo capodanno è la mia ultima possibilità per dimostrare ai piani alti che i miei geni siano migliorati nei secoli, e per farlo ho bisogno che mostri a me, e soprattutto al Signor Danny, almeno tre buone azioni che hai fatto nella vita. Mi basta questo, poi ti lascio tornare alla tua vita. Abbiamo tempo solo fino al tramonto della luna di capodanno però, al momento 4 ore e 35 minuti.”
“Ok ma cosa dovrei fare?”
“Niente di che, devi solo ricordare e ci troveremo tutti nel tempo e nel luogo della buona azione, affinché il Signor Danny possa valutarne la validità. Allora che fai, accetti?”
A questo punto intervenne Danny: “E mio dovere informarla che, dal momento dell’accettazione da parte del vivente, ovvero lei nella fattispecie, ha inizio il processo di valutazione che è da considerarsi unico e inappellabile. Accetta la richiesta del richiedente Paradisità Vigilata?”
“Io veramente…”
“Risponda! Sí o No.”
Io non so dirvi esattamente perche ho risposto di sí, ma sappiate che gli occhi da gatto di uno spettro sono davvero commoventi e il buon Charlie è un sentimentale, devo riconoscerlo, lo dicono tutti. BigE veramente dice smidollato, ma è solo un punto di vista.

Il signor Danny si fece tutto serio: “Secondo l’articolo quindici comma due del codice celeste, cominciamo ufficialmente la valutazione della richiesta di Pardisità Vigilata da parte dell’anima 3472/A al secolo Ermengardo Terzo de Terranova. Interviene in qualità di unico erede genetico il bisnipote, vivente 57987/W al secolo Charlie Terranova.”
“Wow, quanta formalità eh Danny.” dissi per smorzare l’atmosfera grave, Danny mi diede un pugno sulla gengiva inferiore.
“Signor Danny, ricordati Charlie.”
“Grazie bisnonno, lo ricorderò. Allora che devo fare signor Danny?”
“La prima categoria è: il dono. Devi ricordare un momento della tua vita in cui ti sei privato di qualcosa di molto importante per te, per fare felice qualcun altro.”
“Ah questa e facile, quella volta…” comincio, ma mi arriva un altro pugno. “E ora che ho fatto?”
I due risposero all’unisono: “Non devi raccontare, ricorda.”
Ho subito e chiuso gli occhi, quando li ho riaperti eravamo proprio nel mio ricordo, a casa di mio cugino Billy, la sera di ferragosto. Ci sono i miei in piscina insieme agli zii, bevono e parlano a voce alta di politica. Io e Billy siamo due ragazzini di 13 anni, siamo seduti sul divano, davanti alla tv.
Il Signor Danny cammina per la scena, va dietro al mobile bar e si prepara un Martini. “Deduco che non possano vederci.” dico.
“Brillante deduzione. Ci vuoi dire perche siamo qui? Ti ricordo che più passi tempo in un ricordo meno tempo ti resta per completare l’udienza.”
“Ecco, ecco sta per succedere. Venite, venite.” dico e con molto orgoglio guardo il giovane me che regala al mio purissimo cugino la sua prima copia di playboy e una minibottiglia di vodka di quelle che ai tempi rubavo alla nonna. Tenevo molto a quel playboy e non ho mai più bevuto vodka come quella della nonna. Mi voltai fiero verso i due in frac: “Allora Signor Danny, Charlie uno – Purgatorio zero eh!”
“Anima richiedente non e affar mio, ma penso che dovrebbe dare qualche delucidazione al suo vivente.”
Solo allora mi resi conto dello sconforto che si era abbattuto sul bisnonno “Che succede? Devi considerare che tenevo molto a quella rivista e poi…”
“Va bene Charlie, va bene, scusa, colpa mia, non mi sono spiegato. Vedi figliolo le buone azioni si presume che producano un beneficio per il destinatario. Dare porno e superalcolici a un pubescente non e esattamente “punto per noi” capito? Avanti ora riproviamo, il tempo scorre.”
“Ok bisnonno I’ve got it! Ho capito, non ti preoccupare, lo facciamo nero a questo qui. Spara signor Danny.” dissi, stringendo al massimo le palpebre per concentrarmi.
“La seconda categoria e: la compassione. Devi aver anteposto il bene di qualcun altro al tuo.” dice il Signor Danny e riprendiamo a fluttuare nel cono di colori.

Se avessi qualche ricordo lucido degli ultimi dodici anni forse sarebbe più facile. Ci metto un po’ ma finalmente ci arrivo. Riapro gli occhi e siamo in un night di Zurigo, il bisnonno non la prende bene, si toglie la tuba e fa il segno della croce, il Signor Danny invece passeggia fra le lap dancer, palpandole senza ritegno.
Cerco il vecchio me e BigE, siamo al bancone peepshow, detestavo sedermi su quegli sgabelli fradici di umori, ma BigE non sentiva ragioni.
Mi avvicino al bancone e cerco di rincuorare l’antenato “Non ti preoccupare bisnonno, stavolta ti stupisco, avanti andiamo. Signor Danny andiamo.” non faccio in tempo a chiamarlo che il Signor Danny ci cammina davanti, seguendo il vecchio me nel corridoio verso i bagni. E allora che il vecchio me sente una ragazza urlare dal bagno delle donne, incurante del pericolo sfonda la porta e interrompe il tentato stupro di una ballerina da parte di quattro nazi incazzati. “Vattene” dicono. Ma il vecchio me non molla, entra, spinge fuori la ragazza e si prende un fracco di botte dai nazi. Quando arriva aiuto i tipi sono già spariti, ma la ragazza e salva.
“Fantástico! Bravo nipote!” finalmente Ermengardo Terzo de Terranova sorride.
“Grazie, grazie bisnonno. Ora e meglio che andiamo eh. Forza forza, altra categoria.”
“Non capisco questa fretta.” dice il Signor Danny, indugiando sulle ballerine.
“Signor Danny per favore, andiamo.” insisto.
“Ok. La prossima categoria è l’amore. Quando hai fatto qualcosa che odi solo per veder sorridere una persona…”
Tengo gli occhi chiusi sperando di essere già nel cono colorato, ma la mano tozza di Danny che mi batte sulla spalla mi fa capire che ha appena assistito alla scenata della ragazza che avevo “salvato” che ha perso i suoi migliori clienti e ha anche visto il proprietario del locale che insegue il vecchio me e BigE fuori.
Apro gli occhi e provo a giustificarmi: “Chi lo sapeva che si fanno certe cose nei night Signor Danny?”
“Oh cacchio.” il sorriso di Ermengardo Terzo de Terranova era svanito.
“Signor Danny pero e l’intenzione che conta, no?”
“Non sono io a decidere, sono quelli che ci guardano. Gente molto impegnata, quindi muoviti.”
“Ok. Amore abbiamo detto?”
“Esatto.Portaci quando hai fatto qualcosa che odi solo per fare felice una persona amata.”
“Umm questa è difficile.” chiudo di nuovo gli occhi e stavolta cominciamo a fluttuare.

Sono proprio in crisi, Ally mi diceva sempre che sono egoista. Eppure sono convinto che almeno una volta l’ho fatto qualcosa che odio per qualcuno, riapro gli occhi e siamo ancora nel cono, il bisnonno mi fissa con le mani giunte, il Signor Danny estrae dalla tasca del frac un enorme orologio giallo come i suoi capelli, il cono di colori galleggia senza direzione.
“Quanto manca?” chiedo.
“Sono le 4:15”
“Gia???” incredulo chiedo conferma al mio finto Rolex “Ma come è possibile?”
“Mmm forse ho dimenticato di informarla che ogni minuto trascorso nello spaziotempo dura 10 terrestri.” conclude il Signor Danny.
“Oh cacchio!” dico io.
“Oh cacchio” dice Ermengardo Terzo de Terranova e aggiunge: “Dannazione ragazzo, avrai pure fatto qualcosa di buono nella vita!”
A quel punto non ci vedo più e urlo: “Allora signor bisnonno io ne ho proprio le tasche piene di quelli che mi giudicano, sa? Come Ally e BigE, tutti a darmi addosso. Beh sapete che c’è, il vecchio Charlie ha finito di stare zitto mentre gli altri gli passeggiano sopra! Quindi ora si chiede Per favore Charlie, oppure non ci si muove da qui, chiaro!” non so dire cosa mi fosse preso, ma immediatamente mi sentii più leggero.
Ermengardo Terzo de Terranova recupera la sua espressione da gatto più commovente e dice: “Per Favore nipote, per favore.”
Danny prova timidamente a mostrarmi l’ora dall’enorme orologio giallo.
“Ho capito Signor Danny di stocazzo, ora andiamo!” dico e chiudo gli occhi più per prevenire lo schiaffone del nano che però non arriva. Li riapro e siamo nell’ospedale dove papà è morto. “So che abbiamo poco tempo, quindi seguitemi.” dico risoluto.
Arriviamo nella sala TV, c’è papà, canuto, stanco e ci sono io seduto vicino a lui. In TV danno la Gran Prix di capodanno, io odio l’ippica, ma papà ne andava matto. Ce ne stiamo lì, tenendoci la mano come due strani innamorati, a vederci mi commuovo anche un po’ e dico: “Ecco qua, spero che questo valga come qualcosa di buono.”
Il bisnonno e Danny sorridono entrambi, finalmente mi guardano con un certo rispetto.
“Ora potete portarmi a casa?” dico.
“Abbiamo ancora un minuto, restiamo a vedere che succede.” dice il Signor Danny riponendo in tasca il grosso orologio giallo.
“Oh cacchio, ma non era finito il tempo? Mi dispiace bisnonno.” dico
“E di cosa, se accettano la seconda, con questa siamo a cavallo.” dice il bisnonno.
“Ecco il problema è che fra poco…” il suono fortissimo di una sirena mi interrompe.
L’ospedale sparisce, il bisnonno sparisce e il malefico Signor Danny riesce a mollarmi ancora un pugno prima di svanire anche lui.

Io mi ritrovo affondato nella poltrona rossa del mio salotto, sono le 4:36 e sorrido perché il nano e il bisnonno non sapranno mai che di lì a pochissimo il vecchio me si sarebbe alzato, lasciando da solo papà per infilarsi nello sguarnito deposito di medicinali dell’ospedale a fare incetta di oppiacei e allucinogeni da spacciare alla Sagra del Cinghiale Bianco.
Sorrido anche perché mi rendo conto che forse la mia prima buona azione l’ho fatta dando a Ermengardo Terzo de Terranova 
un’eternità serena, anche se probabilmente non saprò mai se ha ottenuto la Paradisità Vigilata, o come diavolo si chiama.
Ciò che so è che qui seduto sulla poltrona rossa sto molto bene e non mi manca Ally, non mi manca la Sagra del Cinghiale Bianco e non mi mancheranno nemmeno BigE e i suoi liquori dolciastri. Mi decido ad andare a letto, pensando che BigE alla fine aveva torto su tutto, eccetto una cosa: cominciare dall’inizio è un’ottima idea.

Leggi che ti passa

Alzi la mano che non ha pensato di visitare Lisbona dopo aver letto Sostiene Pereira. In attesa del nuovo capitolo del nostro feuilleton (ci siamo quasi!!!) godetevi l’incipit dell’opera maestra di Antonio Tabucchi. Enjoy

1.

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bei giorno d’estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un’agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira La Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, simise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia. Una rivista d’avanguardia, forse, di questo Pereira non è sicuro, ma che aveva molti collaboratori cattolici. E Pereira era cattolico, o almeno in quel momento si sentiva cattolico, un buon cattolico, ma in una cosa non riusciva a credere, nella resurrezione della carne. Nell’anima , certo perché era sicuro di avere un’anima; ma tutta la sua carne, quella ciccia che circondava la sua anima, ebbene, quella no, quella non sarebbe tornata a risorgere, e poi perché?, si chiedeva Pereira. Tutto quel lardo che lo accompagnava quotidianamente, il sudore, l’affanno a salire le scale, perché dovevano risorgere? No, non voleva più tutto questo, in un’altra vita, per l’eternità, Pereira, e non voleva credere nella resurrezione della carne. Così si mise a sfogliare quella rivista, con noncuranza, perché provava noia, sostiene, e trovò un articolo che diceva: «Da una tesi discussa il mese scorso all’Università di Lisbona pubblichiamo una riflessione sulla morte. L’autore è Francesco Monteiro Rossi, che si è laureato in Filosofia a pieni voti, e questo è solo un brano del suo saggio, perché forse in futuro egli collaborerà nuovamente con noi».

Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente tornò indietro e ne ricopiò un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non ‘è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista d’avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufo d’avanguardie e di cattolicismi, anche se lui era profondamente cattolico, o forse perché in quel momento, in quell’estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne, ma il fatto è che si mise a ricopiare l’articolo, forse per poter buttare la rivista nel cestino.

Sostiene che non lo ricopiò tutto, ne ricopiò solo alcune righe che sono le seguenti e che può documentare: «II rapporto che caratterizza in modo più profondo e generale il senso del nostro essere è quello della vita con la morte, perché la limitazione della nostra esistenza mediante la morte e decisiva per la comprensione e la valutazione della vita». Poi prese l’elenco telefonico e disse fra sé e sé: Rossi, che nome strano, più di un Rossi non ci può essere sull’elenco, sostiene che fece un numero, perché di quel numero si ricorda bene, e dall’altra parte sentì una voce che disse: pronto. Pronto, disse Pereira, qui è il “Lisboa”. E la voce disse: ? Bene, sostiene di aver detto Pereira, il “Lisboa” è un giornale di Lisbona, è nato qualche mese fa, non so se lei lo ha visto, siamo apolitici e indipendenti, però crediamo nell’anima, voglio dire che abbiamo tendenze cattoliche, e vorrei parlare con il signor Monteiro Rossi. Pereira sostiene che dall’altra parte ci fu un momento di silenzio e poi la voce disse che Monteiro Rossi era lui e che non è che pensasse troppo all’anima. Pereira a sua volta mantenne qualche secondo di silenzio, perché gli pareva strano, sostiene, che una persona che aveva firmato riflessioni così profonde sulla morte non pensasse all’anima. E dunque pensò che ci fosse un equivoco, e subito l’idea gli andò alla resurrezione della carne, che era una sua fissa, e disse che aveva letto un articolo di Monteiro Rossi sulla morte, e poi disse che anche lui, Pereira, non credeva alla resurrezione della carne, se era questo che il signor Monteiro Rossi voleva dire. Insomma, Pereira si impappinò, sostiene, e questo lo irritò, lo irritò principalmente con se stesso, perché si era preso la briga di telefonare a uno sconosciuto e di parlargli di quelle cose delicate, anzi, così intime, come l’anima e la resurrezione della carne. Pereira si pentì, sostiene, e lì per lì pensò anche di riattaccare la cornetta, ma poi, chissà perché, trovò la forza di continuare e così disse che lui si chiamava Pereira, dottor Pereira, che dirigeva la pagina culturale del “Lisboa” e che, certo, per ora il “Lisboa” era un giornale del pomeriggio, insomma un giornale che non poteva certo competere con gli altri giornali della capitale, ma che era sicuro che avrebbe fatto la sua strada, prima o poi, e era vero che per ora il “Lisboa” dava spazio soprattutto alla cronaca rosa, ma insomma, ora avevano deciso di pubblicare una pagina culturale che usciva il sabato e la redazione non era ancora completa e per questo aveva bisogno di personale, di un collaboratore esterno che facesse una rubrica fissa.

Sostiene Pereira che il signor Monteiro Rossi farfugliò subito che sarebbe andato in redazione quel giorno stesso, disse anche che il lavoro lo interessava, che tutti i lavori lo interessavano, perché, eh , aveva proprio bisogno di lavorare, ora che aveva finito l’università e si doveva mantenere, ma Pereira ebbe la precauzione di dirgli che in redazione no, per ora era meglio di no, magari si trovavano fuori, in città, e che era meglio darsi un appuntamento. Disse così, sostiene, perché non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c’era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e che non faceva altro che friggere. E poi non voleva che uno sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del “Lisboa” era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città, e lui, Monteiro Rossi, gli disse: stasera, in Praca da Alegria, c’è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa, io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all’aperto, sul mio tavolino c’è un cartellino con scritto Monteiro Rossi, che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di , sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata “Ricorrenze”, e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perché pensava all’Italia, scrisse il titolo: Due anni fa scompariva Luigi Pirandello. E poi, sotto, scrisse l’occhiello: «II grande drammaturgo aveva presentato a Lisbona il suo Sogno ma forse no».

Era il venticinque di luglio del millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira.

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Leggi che ti passa/feuilleton

Finalmente l’attesa è finita, dopo la pausa d’agosto ecco il quarto capitolo del nostro feuilleton. Per chi avesse bisogno di un recap, vi ricordo che cliccando sulla parola feuilleton al fondo del capitolo potete vedere tutti quelli usciti fino ad oggi. Enjoy

4.

Il buio era fitto ormai, quanto le fronde degli alberi che gli si paravano davanti, Elia riusciva a malapena a vedere il sentiero sotto ai sui piedi. Provò a tendere le orecchie in cerca di un indizio su dove fosse finita Ivana, ma ben presto capì che aveva fatto male a fidarsi, era stato fregato. Probabilmente non aveva mai avuto intenzione di portarlo alla Porta Bianca, avrebbe dovuto farcela da solo. Di sicuro dall’altra parte erano già preoccupati per l’assenza di notizie, ingoiò le lacrime e cercò di recuperare la lucidità e orientarsi. Le luci fluttuanti ora erano più definite e decise di procedere in quella direzione. Fu l’istinto di bere che gli fece ricordare che Ivana aveva tutte le provviste, il suo zaino era quello pieno di giocattoli. «Dannazione.» disse, sfilò lo zaino e lo aprì giusto per confermare il ricordo e invece lo trovò pieno di cibo e bibite. Fece in tempo solo a dire: «Oh cazzo!» prima che una bastonata sulla nuca lo schiantasse a terra, privo di sensi.

Si risvegliò al centro di un immenso prato viola, provò a reggersi sui gomiti, ma una fitta lancinante alla testa lo ributtò a terra. «In ginocchio insetto!» urlò una voce molto vicina. Elia aprì gli occhi, ma tra il dolore alla testa e il sole dritto in faccia non vedeva che un’ombra gigantesca piegarsi su di lui e metterlo in ginocchio prendendolo per i capelli. Quando finalmente il gigante gli si mise dietro, l’ombra enorme del corpo gli consentì di vedere la piccola corte intorno a una dama in abito bianco che era radunata a pochi metri da lui. «Ivana?» mormorò, ma una nuova tirata di capelli dell’emergumeno lo convinse a tacere.
«Ivana dice… – la donna vestita di bianco rise e gli si avvicinò – Davvero non mi hai riconosciuta eh. Tipico. I tuoi amici non cambiano mai, sbagliano sempre qualcosa. Igor, spiegagli chi sono.»
Il gigante si piegò, strinse il braccio grosso come un boa attorno alla gola di Elia e gli urlò nelle orecchie, con un misto di sputi e odore di fogna: «Lei è la Regina del Tempo insetto e tu l’hai appena fatta arrabbiare. Ora deciderà se posso ucciderti subito, o se vuole farti morire lentamente.»
Elia era paonazzo, ma riuscì a dire: «Tu sei la regina di un bel niente!»
Lo sguardo della donna che aveva conosciuto come Ivana si infiammò, gli si avvicinò lentamente e poi si chinò fino ad arrivare a un palmo dagli occhi di Elia; Igor strinse ancora più forte, lei guardava i capillari irradiarsi e diventare rossi. Quando la stretta era quasi abbastanza forte da fargli esplodere gli occhi e spezzargli il collo, fece un cenno a Igor che lo lasciò andare. Elia si portò una mano al collo e si sdraiò supino in terra, respirando con tutte le forze, poi urlò: «Meledetti! Questa volta torneremo, non potete fermarci.»
Igor stava per gettarglisi contro, ma la Regina del Tempo lo trattenne di nuovo: «Vi abbiamo appena fermato. – disse – Ci penserà il prato viola a ucciderlo, lasciagli gli zaini.» continuò, rivolta a Igor.
«Ma, mia signora…» protestò il gigante.
«Fai come ho detto. Non può uscire dal prato viola, ci metterà solo più tempo e più dolore a morire.»
«Come vuole mia signora.»
«Ora colpiscilo, non voglio che ci veda uscire.»
Igor annuì, Elia vedendolo avvicinarsi tentò di colpirlo, ma il gigante afferrò il pugno a mezza’aria e glielo sbattè in faccia, lasciandolo tramortito. Poi gli gettò i due zaini addosso e seguì il corteo della regina che già si stava allontanando.

Il video di Jeff Bridges che canta “The man in me”

In attesa del quarto capitolo, uno stacchetto musicale di nicchia. Enjoy

L’attore statunitense Jeff Bridges, ospite del programma televisivo condotto da Conan O’Brien, ha cantato “The Man in Me” di Bob Dylan, la canzone dei titoli di testa del Grande Lebowski, il film dei fratelli Coen in cui Bridges interpreta Jeffrey Lebowski, cioè

Sorgente: Il video di Jeff Bridges che canta “The man in me” di Bob Dylan | Flashes – Il Post

Leggi che ti passa/feuilleton

Ci siamo, il terzo capitolo del nostro feuilleton è arrivato.
Enjoy.


3.

Niente da fare, appena ho chiuso gli occhi i miei pensieri vengono interrotti da una telefonata. È Paola: «Scusa ciccia, non puoi capire: un disastro!!! Nooo, ho detto che quei mobili devono andare nella suite vista piscina, non in quella vista mare, ci siamooo??? »
Deduco non stia parlando con me, ma con qualche addetto del nuovo albergo. Sorrido, ben felice di non fare parte del suo entourage in questo momento. Quando Paola è nervosa, ovvero sempre, ma ancora di piu quando Paola è particolarmente nervosa, come ora, prendersi un “vaffa” è abbastanza facile. Allora aspetto, finché non riprende a parlare con me: «Oggi sembrano tutti più rincoglioniti del solito. Le nuove suite non sono ancora pronte e in pochi giorni tutto deve essere a posto per l’arrivo degli osp… Aspetta solo un secondo!»
Sento che risponde a un altro telefono: «Sì, dimmi caro. Tutto bene grazie, non posso stare molto perché sono su un’altra linea, ma dimmi. Cosa? Eh no!!! Ho otto container fermi a Barcellona, si parlava di dodici piedi e ora sono diciassette, le cose cambiano giusto un attimo! Che vogliamo fare? Vabbe chiama ‘sta stordita e fammi sapere. A Gran Canaria è tutto pronto, quindi vediamo di muoverci e velocizziamo. Entro domani mattina aggiornami. Tassativo! Scusa, devo andare. Un disastro, non puoi capire! A domani, ciao!»
Mentre ascolto la conversazione rido. Sono più o meno dodici minuti che siamo al telefono e non siamo ancora riuscite a comunicare, o meglio, io non sono riuscita a comunicare e far tacere me, non è cosa semplice.
«Rieccomi ciccia, scusa, te l’ho detto oggi non è giornata! Volevo dirti che… Aspetta, scusa. Ragazzi, ragazzi! Cuidados! Facciamo un pochino di attenzione eh! Quello è uno specchio del Sedicesimo secolo non una robina presa all’Ikea. Mio dio, sto diventando matta! »
Quando ho quasi perso le speranze di riuscire almeno a salutarla, sento in sottofondo la voce pacata di Gaspare, per noi semplicemente Gas: 
«Amore stai calma! Fai quel che devi fare e qua ci penso io. Tu parla al telefono, ma per cortesia basta urlare!»
«Meno male che sei arrivato Gas – dice Paola – Non puoi capire, un disastro, oggi tutto un disastro! Gli attacchi dei bagni ancora non funzionano, qua non arriva nessuno a finire i lavori e questi non capiscono niente… vabbé, dopo ti dico tutto.»
Ascolto in sottofondo il tranquillo Gas che ancora la rassicura: «Amore, ci penso io. Cuidados chicos, vamos arriba
«Ciccia, ci sei?» Paola ora si rivolge a me.
«Eccomi, tranquilla ci sono, cosa volevi dirmi?»
«Non funziona! È scarica, la cazzo di sigaretta elettronica è scarica! Scusa eh, cerco una sigaretta vera, ne ho bisogno! Maria!!! Hai visto le mie sigarette?»
Da quando Gas ha abbandonato le sigarette tradizionali per la sigaretta elettronica, anche lei ha provato a seguirlo, con risultati dubbi, anzi con un unico risultato: fuma tabacco vero e vapore! Sento Maria che le indica il punto in cui ha lasciato sigarette e accendino, mentre Paola le impartisce ordini sulle pulizie delle camere.
«Rieccomi, adesso sono tutta per te! Scusa eh, ma anche Maria in questi giorni capisce meno del solito. Oddio lei è sempre lenta di suo, ma sai è tanto brava, il marito l’ha lasciata sola con tre figli come faccio a sostituirla? Non posso proprio. Maria!!!»
Questa volta rido e non ascolto cos’ha da rimproverarle. Paola è fatta così, sembra un carlino incazzato, ma in fondo ha un gran cuore. So per certo che, anche se è vero che Maria non è esattamente l’assistente modello, Paola non la lascerà mai senza un lavoro. A lei i casi umani piacciono da sempre e non può fare a meno di aiutare chi incontra sul suo cammino.
«Eccomi. Adesso giuro che non mi interromo più
«Fossi in te non farei promesse, però ne approfitto… insomma, dopo quasi venti minuti che siamo al telefono: cosa volevi dirmi?»
«Ah sì ecco, volevo dirti che non ci sono per fare la spesa, è un problema?.»
Sento che tira un gran respiro e che si sta godendo in pace la sua sigaretta. Almeno so che in questo momento non si sta mangiando tutte le pellicine intorno alle unghie fino a farle sanguinare. Meglio la sigaretta, penso.
«Non preoccuparti, ci vediamo lì stasera, volevo solo anticiparti che…» un CRASH poco promettente mi interrompe.
«Oddio che disastro! Maria!!!»
Preferisco salvaguardare i timpani e chiudo la comunicazione, sempre piu felice di non essere andata ad aiutarla. Guardo l’ora sul display e mi accorgo che si sta facendo tardi e anche io ho ancora da fare. Certo avrei voluto avvisare Paola prima della riunione, perché sono abbastanza certa che una parte del piano che la riguarda non le piacerà affatto. La conosco bene ormai e nei miei ricordi è sempre stata così, il suo carattere nei secoli non è mai cambiato.
In questa dimensione temporale, in questa “vita” attuale, Paola gestisce la Gallo spa, una delle più importanti aziende mondiali nel campo dei trasporti. L’ha ereditata dal padre quando aveva appena vent’anni, a seguito del prematuro decesso del genitore. I fratelli, poco interessati alla società, si sono fatti da parte, mentre lei ha preso le redini, riuscendo a mantenere e sviluppare i migliori appalti con grandi società come la Global International Stand, azienda specializzata nel trasporto di tele e oggetti d’arte, uno dei suoi clienti migliori. È stato proprio per soddisfare le richieste della Global che Paola ha dovuto rinnovare i sistemi di logistica e di sicurezza, e così ha incontrato, o meglio, reincontrato Gas che, come al solito, era il migliore nel campo.
Noi ci ritroviamo sempre. Fa parte dei piani. È il nostro destino. E il destino di Paola e Gas è quello di essere marito e moglie. Per tutta la vita, per tutte le vite. Da quando ci siamo ritrovati tutti, oltre ad occuparsi della Gallo spa, gestiscono uno dei più lussuosi alberghi sull’isola, il Guanapay Suites, sede anche delle nostre riunioni. Ovviamente non l’hanno scelto a caso, è una tipica casa rurale in stile canario, riformata per mano di César Manrique che si è prmurato di lasciarci degli indizi importanti per portare a termine una volta per tutte la nostra missione.
«Zia Eva, zia Eva! Dove sei?»
Due piccole ma potenti voci tuonano nel salone e mi riportano a tutte le cose che ho da fare. Capisco che sono arrivati i gemelli, ma ancora prima che riesca ad alzarmi per andargli incontro, i due piccoli mostriciattoli mi si arrampicano al collo, riempendomi di baci.
«Zia Eva, la mamma ha detto che possiamo stare con te e lo zio Adamo!»
«Io voglio dormire con te zia Eva!» dice Maya.
«Anche io!» dice a ruota Nathan.
Li rassicuro, dicendo che faremo tutto quel che vorranno e che passeremo dei bei giorni insieme. Intanto incrocio lo sguardo complice della nonna dei bambini che si fermerà a casa nostra per aiutarci a badare a queste piccole pesti. Silenziosa e immobile, a lato di una montagna di valige piene di giochi e vestiti, mi fa un cenno sorridente. La saluto e la faccio accomodare nelle camere che Fatima, la nostra governante, ha preparato per loro. Mentre Fatima le offre dell’acqua fresca, prendo i bimbi per mano e cerco di andare a salutare Barbara. La sento che parla con Adamo nella veranda vicino alla piscina e insieme ai gemelli usciamo verso di loro.
«Mamma, la zia Eva ha detto che possiamo fare il bagno nella sua piscina e dorm… Isiii!»
I bimbi vengono distratti dal passaggio della gatta Iside che cerca di mimetizzarsi e non farsi vedere dalle due piccole pesti che le corrono dietro per tutto il parco.
Saluto Barbara e le dico che può stare tranquilla, penseremo noi ai bambini, insieme alla nonna. Lei mi sembra serena, forse più di me, accavalla le gambe e mi spiega i dettagli degli spostamenti che farà a Milano.
Barbara è una ex modella e ha lavorato con i grandi nomi dell’alta moda. Biondissima e magrissima, ha due grandi occhi blu che le illuminano il viso. Dopo che è rimasta incinta dei gemelli, ha lasciato le passerelle e si occupa di loro a tempo pieno da 4 anni ormai, ma continua a collaborare con il mondo del fashion. Mi spiega che per la settimana della moda che si terrà a Milano, chiuderà la sfilata di Giorgio. Nonostante il suo calendario sia ricco di impegni che mi elenca con precisione, sappiamo entrambe che la moda è solo una scusa perché possa partecipare senza destare sospetti all’evento piu importante per tutti noi: l’asta alla Christie’s International S.A., prevista proprio in concomitanza della fashion week. So anche che la sua proverbiale precisione le impedisce di confermarmi che ha ottenuto l’invito per l’asta prima che non abbia elencato giorno e ora di tutti gli impegni precedenti in perfetto ordine cronologico, quindi attendo finché dice: «E list but not least, venerdi alle 13:30 ho Christie’s!» ci scambiamo un sorriso che toglie senso ad altre parole. Barbara si alza, dopo aver salutato i gemelli e fatto le ultime raccomandazioni a loro e alla nonna, ci salutiamo e ci diamo appuntamento al briefing imminente.
Finalmente posso parlare con Adamo che mi informa che gli hanno scritto i “ragazzi”. Lui Carlo e Roberto li chiama così.
«Che dicono?» gli chiedo distratta.
«Carlo dice che questa sera non viene, ha un impegno con una che ha conosciuto in aereo quando è tornato!»
Mentre guarda il telefono intento a scrivere via chat ai “ragazzi”, Adamo sorride divertito. Io invece comincio subito a innervosirmi e mi auguro sia solo una battuta, ma trattandosi di Carlo non mi stupirei per nulla.
«Non ti preoccupare, Roberto lo porterà alla riunione come previsto.»
«Menomale.» Roberto è affidabile e so che non dovrò preoccuparmi.
«Peccato che Elia non sia come Carlo, ci basterebbe seguire le scie di profumo di donna per trovarlo.»
Sorrido e penso all’esuberanza di Carlo capace di conquistare e affascinare tutte le donne che incontra e alla tranquillità schiva di Roberto che ha sempre la situazione sotto controllo. Credo sia questo equilibrio tra opposti la chiave della loro secolare amicizia, e comincio a non vedere l’ora di trovarci tutti insieme tra poco e ascoltarli mentre si scambiano battute al vetriolo come due ragazzini. Poi alzo la testa e Adamo è gia davanti alla porta con le chiavi dell’auto in mano.
«È ora, – dice – andiamo»

Leggi che ti passa

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In attesa del terzo appuntamento col nostro feuilleton, rinfreschiamoci con un gran racconto del buon Bukowski: La macchina da fottere. Enjoy.

LA MACCHINA DA FOTTERE


Il caldo era bestiale, quella sera. eravamo da Tony. a scopare nemmeno ci pensavi. solo a bere birra ghiacciata. Tony ce n’allungò due boccali, a me e a Indian Mike. Indian Mike cacciò fuori i soldi. lascia che pagasse lui il primo giro. Tony incassò, annoiato, si guardò intorno. cinque o sei altri avventori, a fissare le loro birrette. balordi. così Tony ci si fece vicino, a noi due. “che c’è di nuovo, Tony?” gli domandai. “oh, merda,” disse Tony. “mica ‘na novità.” “merda,” disse Tony. “oh, merda,” disse Indian Mike. bevemmo qualche sorso di birra. “cosa ne pensi della luna?” domandai a Tony. “merda,” Tony disse. “sì,” disse Indian Mike, “uno che è stronzo su ‘sta terra, è stronzo anche sulla luna, nessuna differenza.” “dicono che probabilmente non c’è vita su Marte,” dissi io. “e con questo?” domandò Tony. “oh, merda,” dissi io. “altre due birre.” Tony ce le spedì, lungo il bancone, poi venne a riscuotere. la cassa tintinnò. lui tornò presso di noi. “cazzo se è caldo. vorrei tanto essere morto! e non ci pensi più.” “dov’è che va la gente, dopo morti, Tony, secondo te?” “merda. chi se ne frega.” “tu non ci credi all’ Anima Immortale?” “tutt’un sacco di fregnacce.” “e il Che Guevara allora? e Giovanna d’Arco? e Billy the Kid? come la metti?” “un sacco di fregnacce.” bevemmo le nostre birre, pensandoci su. “a me,” dissi, “mi scappa da pisciare.” andai al cesso e lì, manco a dirlo, ci trovai Petey la Civetta. lo tirai fuori e mi misi a pisciare. “ma che uccello piccino che ci hai,” mi disse. “quand’è che piscio o che medito, sì. ma il mio, vedi, è di quelli cosiddetti a crescenza tipo super. quando mi si arma, per ogni pollice che vedi, se ne sviluppano sei.” “allora vai bene… se non dici una bugia. perché adesso te ne vedo due pollici, sì e no.” “questa che vedi è solo la cappella.” “ti do un dollaro se me lo fai ciucciare.” “mica è tanto.” “non è solo la cappella che si vede, va’ là. quello è tutto l’affare che ci hai.” “vaffanculo, Pete, va’.” “tornerai, quando avrai finito i soldi per la birra.” me ne andai via di là. “due altre birre,” ordinai. Tony eseguì il suo numero, poi tornò. “si crepa. questo caldo mi fa uscire pazzo,” disse. “questo caldo ti fa rendere conto di quello che sei,” gli dissi io. “un momento! vuoi darmi del matto?” “quasi tutti lo siamo. ma la cosa rimane segreta.” “e va bene. metti che è vera ‘sta fregnaccia, quanta gente col cervello a posto c’è al mondo? ce n’è qualcuno?” “pochi.” “e quanti?” “per ogni miliardo?” “di’ su.” “mah, diciamo un cinque o sei.” “cinque o sei?” disse Indian Mike. “cazzo santo!” “senti,” disse Tony, “come lo sai che sono matto, io? e com’è che non ci beccano?” “ecco, siccome che siamo tutti pazzi, ne rimangono pochi, troppo pochi, per poterci rinchiudere tutti, e così ci lasciano andare in giro, matti come siamo. non possono far altro, pel momento. tempo addietro, pensavo che potevano andare a stabilirsi da qualche altra parte, nello spazio, intanto che ci distruggevamo a vicenda. ma poi mi sono reso conto che i pazzi controllano pure lo spazio.” “e come lo sai?” “perché hanno piantato la bandiera americana sulla luna.” “metti che i russi ci piantavano, sulla luna, la bandiera russa?” “stessa zuppa,” dissi io. “tu, allora, sei imparziale?” domandò Tony. “non faccio parzialità fra i vari tipi di pazzia.” seguitammo a bere in silenzio. anche Tony si versò da bere. whiskey e acqua. lui poteva. era il padrone del locale. “tu, allora, sei imparziale?” domandò Tony “mica balle,” disse Indian Mike. poi Tony si rimise a parlare. “a proposito di pazzia,” disse. “roba da pazzi quello che succede, in ‘sto stesso preciso minuto.” “come no,” dissi io. “mica dico per modo di dire. dico qui, proprio qui, nel mio locale.” “ah sì?” “sì. tanto da matti che, certe volte, mi mette paura.” “di’ su, Tony, dai racconta,” dissi io, sempre pronto a ascoltar fregnacce. Tony si sporse anche più vicino.

“c’è uno che ha inventato una macchina per fottere. mica balle. mica come una balla come ne vedi sulle riviste erotiche. mica roba come in quelle reclam. tipo borse d’acqua calda con fregna artificiale di carne macinata, con ricambi, insomma stupidaggini del genere. questo tale ha messo su una cosa seria. uno scienziato tedesco. noi l’abbiamo beccato, voglio dire il governo americano l’ha beccato prima che lo beccassero i russi. mi raccomando, non spargete la voce.” “sta’ tranquillo, Tony.”

“Von Braschlitz si chiama. il governo voleva che s’occupasse di ROBA SPAZIALE. macché giusto. una mente eccezionale, mica no, senonché lui s’è fissato su ‘sta MACCHINA DA FOTTERE, che vuoi. è convinto di essere una specie d’artista, tante volte si fa chiamare Michelangelo… gli hanno dato una pensione di 500 dollari al mese, tanto per fargli tirare avanti senza andare a finire in manicomio. per un po’ l’hanno tenuto sotto controllo, poi si sono stufati o si sono scordati, ma però l’assegno seguita ad arrivare, e ogni tanto un agente va a trovarlo, parla con lui dieci venti minuti mettiamo, ogni mese, fa un rapporto in cui dice che è ancora matto, e rivà via. così lui bada a girare da una città all’altra, strascinandosi dietro questo grosso baule rosso. alla fine una sera arriva qui da me e attacca a bere. mi racconta ch’è vecchio ormai, ch’è stanco, che ha bisogno d’un posto tranquillo per i suoi studi. io mica gli do retta. qui ne capita tanti di matti, lo sapete.” “sì,” dissi io. “poi, ragazi, s’è ubriacato tanto che, alla fine, m’ha raccontato tutto. ha inventato una donna meccanica che, a scoparla, dà più gusto che qualsiasi cristiana, mai creata nei secoli dei secoli, perdipiù, niente preservativi, né discorsi, né il marchese, né storie, né niente.” “io, è tutta la vita che la cerco,” gli dissi, “una donna compagna.” Tony rise.
“ma certo! è il sogno di tutti! io pensavo che fosse sonato, s’intende, senonché una bella sera l’accompagno alla pensione dove alloggia, e lui là tira furi la MACCHINA DA FOTTERE da un baule rosso.” “allora?” “come andare in paradiso prima di morire.” “vuoi che ci provo a indovinare il resto?” chiesi a Tony. “provaci.” “Von Braschlitz e la sua MACCHINA DA FOTTERE sono qui da te, di sopra, adesso.” “hm hm,” disse Tony “quanto viene?” “venti a testa.” “venti dollari per fottere ‘na macchina?” “il tedesco ha superato il Padreterno, chiunque sia. provare per credere.” “Petey la Civetta me lo ciuccia per un dollaro.” “il Civetta sarà un asso, ma non è superiore alle cose create da Dio.” gli sganciai venti dollari. “giuro, Tony, che se è una barzelletta, ti sei perso il miglior cliente tuo.” “come dicevi prima, siamo tutti quanti matti. a te decidere.” “d’accordo,” dissi, “ci sto anch’io,” disse Indian Mike, “ecco la grana.” “io mi becco solo il 50 per cento, mi dovete capire. il resto va a Von Braschlitz. 500 di pensione non è molto, con l’inflazione e le tasse, e Von Braschlitz trinca sgniappa come un matto.” “cosa aspetti?” dissi io. “i 40 ce li hai in tasca. dov’è questa sublime MACCHINA DA FOTTERE?” Tony aprì una porticina dietro il bancone. “passate per di qua. salite su per le scale sul retro. salite su, bussate, dite che vi manda Tony.” “sulla porta c’è un numero?” “numero 69” “manco a dirlo,” dissi io. “che altro?” “manco a dirlo,” disse Tony. “portatevi le palle.” trovammo le scale. salimmo su. “Tony va matto per gli scherzi,” dissi. percorremmo il corridoio. eccola là: porta n. 69. bussai. 2ci manda Tony.” “entrate, accomodatevi, signori.” ci trovammo davanti a un vecchietto rubizzo, roba da baraccone, un bicchiere di sgnappa in mano, occhiali come culi di bicchieri. proprio come nei film muti. con lui c’era una ragazza, sarà stata lì in visita, una giovane, anche troppo giovincella, delicata ma insieme robusta. costei accavallò le gambe, mettendo in mostra tutta la bottega: ginocchia e cosce fasciate di nailon e un lembo di carne dove le calze finivano, un piccolo lampo di carne bianca. era tutta culo e tette, belle cosce, occhi azzurri ridarelli… “signori… mia figlia Tania.” “come?” “ah, sì, lo so, sono molto… vecchio… ma come c’è il mito del negro col cazzo che non finisce più, così c’è il mito del vecchio tedesco porcaccione che non la smette mai di scopare. voi potete credere quello che vi pare. questa, comunque, è mia figlia Tania.” “salve, ragazzi,” ci salutò ridendo. tutti allora guardammo verso la porta su cui c’era un cartello che diceva MAGAZZENO DELLA MACCHINA DA FOTTERE. lui finì di tracannare la sgnappa. “allora, ragazzi… siete qui per farvi la più bella CHIAVATA che mai, jà?” “ma papà!” disse Tania, “devi essere sempre così volgare?” e riaccavallò le gambe, anche più scompostamente, che a momenti me ne venivo. il professore tracannò un’altra sgnappa, poi s’alzò e andò alla porta con su scritto MAGAZZENO DELLA MACCHINA DA FOTTERE. qui si volse e ci sorrise, poi pian piano aprì la porta. entrò di là e ne uscì spingendo avanti a sé un affare che pareva una lettiga da ospedale a rotella. NUDA: era un traliccio di metallo, senza rivestimento. il prof. spinse quella trappola dannata fino davanti a noi, poi si mise a canticchiare una canzone, uno schifo di canzone in tedesco. un traliccio di metallo con un buco nel mezzo. il professore pigliò una lattina d’olio e incominciò a versarci lì in quel buco una gran quantità d’olio, sempre canticchiando quella orrenda canzone tedesca. per un pezzo seguitò a versare l’olio poi si girò verso di noi e disse: “bella, jà?” quindi riprese a pompar dentro l’olio. Indian MIke mi guardò, tentò di ridere, e mi fece: “mannaggia… mi sa tanto che ci hanno fregati un’altra volta.” “eh già,” dissi, “fossero pure cent’anni che non chiavo, ma mi faccio una sega piuttosto che ficcare l’uccello in quel ferrame.” Von Braschlitz scoppiò a ridere, andò a aprire un armadietto, prese un’altra bottiglia di sgnappa, se ne versò un bel gotto, si sedette, ci guardò. “quando in Germania ci rendemmo conto che la guerra era persa, e la rete cominciava a restringersi -finché si chiuderà con la battaglia di Berlino- ci rendemmo anche conto che la lotta avrebbe preso una nuova forma: sì, la guerra divenne, essenzialmente, una gara a chi su acchiappava più scienziati tedeschi, fra russi e americani. chi ne beccava di più arrivava per primo sulla luna, per primo su Marte… per primo dappertutto. bah, non so come la gara si è risolta, veramente… sia per numero o sia in termini di energia cerebrale scientifica. so solo che da me ci arrivarono per primi gli americani, mi agguantarono, mi portarono via in automobile, mi offrirono da bere, mi puntarono una pistola alla tempia, mi fecero promesse, discorsi da pazzi, io firmai tutto…” “bene,” dissi, “questo per quanto riguarda la cronaca. ma io insisto che l’uccello non lo ficco, il mio povero uccellino, dentro quella congerie di ferraglia o quel che è! doveva essere matto da legare, Hitler, per allevare uno come lei. vorrei tanto che fossero arrivati prima i russi, da lei. voglio indietro i miei 20 dollari.” Von Braschlitz scoppiò a ridere. “ah ah ah… era solo un mio piccolo scherzo, nein? ah ah ah ah!” rimise quell’ammasso di ferrivecchi dentro lo sgabuzzino. chiuse la porta. “oh, ah ah ah!” si versò un’altra sgnappa. la tracannò d’un fiato. era una spugna. “signori miei, io non sono soltanto un inventore, sono anche un artista. la mia MACCHINA DA FOTTERE è in realtà mia figlia Tania…” “un altro dei suoi piccoli scherzi, Von?” feci io. “macché scherzo! Tania, va’ a sederti sulle ginocchia del signore.” Tania rise, si alzò, venne oltre e si sedette sulle mie ginocchia. una MACCHINA DA FOTTERE? non potevo crederci! la sua pelle era pelle, fino a prova contraria, e la lingua, con cui cominciò a succhiellarmi in bocca, mica era una lingua meccanica: ogni guizzo era diverso dagli altri, in risposta alle mie linguate. mi diedi subito da fare, a strapparle via la blusa dalle tette, a sfilarle le mutande, arrapato come non ero più da anni, e poi dopo l’abbracciai, così in piedi. insomma, c’eravamo alzati in piedi, e in piedi così me la pappai. le afondavo le dita fra i biondi capelli, ripiegandole la testa all’indietro, le allargavo le chiappe e il bucetto del culo, e dai a stantuffare, finché se ne venne: la sentivo spasimare, e anch’io sborrai! la più bella scopata che mi fossi mai fatto! Tania andò nella stanza da bagno, si pulì e si fece la doccia, si rivestì: per Indian MIke, mi dissi. “la più grande invenzione dell’uomo,” disse, serio serio, Von Braschlitz. e aveva ragione. poi Tania ritornò e venne a sedersi sulle MIE ginocchia. “NO TANIA, NO! ADESSO TOCCA ALL’ALTRO SIGNORE! QUELLO LI’ L’HAI APPENA SCOPATO!” lei parve non averlo neanche sentito. e era strano, anche per una MACCHINA DA FOTTERE, perché io, veramente, non è che sia mai stato questo gran chiavatore. “mi ami?” mi domandò. “sì.” “io ti amo. sono così felice, e… veramente non dovrei essere viva.lo sai questo, o non lo sai?” “ti amo, Tania. questo è tutto quel che so.” “god damn it!” imprecò il vecchio. “questa MACCHINA DA FOTTERE del cazzo!” e andò a prendere una cassetta verniciata, che c’era su stampigliata la parola TANIA su un lato. ne uscivano fuori dei fili elettrici, arruffati, c’erano quadranti,lancette che oscillavano, lampadine multicolori che lampeggiavano, maniglie, manometri, ticchettii… quel Von B. era il più pazzo ruffiano che avessi mai visto. si mise a armeggiare coi pulsanti, poi guardò Tania: “25 ANNI! buona parte della vita ci ho perso, dietro a costruirti! ti ho persino dovuta nascondere da HITLER! e adesso… cerchi di trasformarti in una semplice, comunissima puttana!” “non ho 25 anni,” disse Tania, “ne ho 24.” “la vedete? la sentite? proprio come una troia qualunque!” tornò ai suoi manometri. “ti sei data un rossetto un po’ diverso,” dissi a Tania. “ti piace?” “oh, sì!” si mise a baciarmi. Von B. seguitava a trafficare coi quadranti. lo sentivo, che avrebbe vinto lui. si rivolse a Indian MIke. “solo un piccolo guasto meccanico. fidati di me. lo riparo in un minuto, jà?” “lo spero,” disse Indian Mike, “ci ho 14 pollici di ciccia qui in attesa, e sono fuori di 20 dollari.” “ti amo,” mi disse Tania, “e non voglio scopare nessun uomo all’infuori di te. se non posso avere te, non voglio nessuno.” “ti perdonerò, Tania, qualunque cosa farai.” il prof stava incazzandosi. badava a maneggiare quelle manopole ma non succedeva un tubo. “TANIA! adesso è ora che tu SCOPI con quest’ ALTRO signore! sono… stanco… mi ci vuole un po’ di sgnappa… voglio andare a dormire… Tania…” “ah!” disse Tania, “brutto vecchio zozzone! tu e la tua sgnappa, che dopo tutta notte mi t’attacchi alle tettine, che non posso nemmeno dormire! e che neanche ti si indrizza più come si deve! fai schifo!” “was?” “ho detto che NON TI S’INDRIZZA PIU’ come si deve!” “questa, Tania, me la paghi!tu sei una mia creazione, non io la tua!” seguitava a girare le manopole. era con la macchina che era incazzato, e la rabbia gli dava, in qualche modo, un nonsoché di luminoso e vitale che lo trasfigurava. “aspetta Mike, abbi pazienza. devo solo aggiustare un tantino la parte elettronica, aspetta! è andata in corto! ho trovato il guasto.” poi si raddrizzò. e dire che i nostri l’avevano salvato dai russi! guardò Indian Mike. “adesso è a posto. la macchina funziona. buon divertimento.” andò a prendere la bottiglia di sgnappa, si versò un altro bel gotto, si sedette a guardare. Tania s’allontanò da me e andò da Indian Mike. li guardai abbracciarsi. Tania aprì la patta a Mike, gli tirò fuori l’arnese, e che razza di arnese che aveva! lui diceva 14 pollici, ma saran stati una ventina, buoni. Tania prese con tutte e due le mani l’uccellaccio di Mike. Mike in gloria gemeva. lei allora gli schiantò via l’uccello, glielo stroncò dal corpo, e poi lo buttò via. lo vidi ruzzolare sul tappeto come un salcicciotto matto, buttando un po’ di sangue appena appena, tristemente. rotolò fin contro al muro. là restò, come qualcosa con la testa ma senza le gambe, né saper dove andare… il che era proprio vero. eppoi ecco le PALLE che volano, pesanti, descrivendo una sbilenca traiettoria. atterrarono al centro del tappeto e non sapevano far altro che sanguinare. e così sanguinavano Von Braschlitz, pomo della discordia fra russi e americani, guardò di brutto quel che restava di Indian Mike, il mio vecchio compagno di bevute, in un lago di sangue lì per terra, che gli usciva uno zampillo dall’ addome… poi Von B. infilò la porta, corse giù per le scale. la stanza 69 ne aveva viste tante, tranne una roba simile. allora dissi a Tania: “Tania, la pula sarà qui tra poco. vogliamo dedicare il numero di questa stanza al nostro amore?” “senz’altro amore mio.” lo facemmo, giusto in tempo, poi la pula arrivò. un esperto dichiarò che Indian Mike era morto. e poiché Von B. era un prodotto, per così dire, del governo usa, arrivarono un sacco di persone insieme a lui -svariati funzionari della malora- pompieri, giornalisti, sbirri, la CIA, l’ FBI, e vari altri esponenti della merda umana. Tania venne oltre e si sedette sulle mie ginocchia. “adesso a me m’ammazzano, ma ti prego non essere triste.” non le risposi. poi Von Braschlitz si mise a urlare, indicando Tania: “VI ASSICURO, SIGNORI, CHE COSTEI NON PUO’ NUTRIRE SENTIMENTI! e dire che L’HO SALVATA DA HITLER, a ‘sta maledetta! ve l’assicuro, non è altro che una MACCHINA!” quelli stavano là, a guardare. nessuno credeva a Von B. era semplicemente la più bella macchina, e cosiddetta donna, che avessero mai visto. “oh pezzi d’idioti! ogni donna è una macchina da fottere, lo capite questo o no? si danno al miglior offerente! L’AMORE NON ESISTE! E’UN MIRAGGIO, E’UNA FAVOLA, COME IL NATALE!” quelli non gli credevano, però. “QUESTA è solo una macchina! non abbiate PAURA! guardate!” Von Braschlitz afferrò Tania per un braccio. glielo stroncò, glielo staccò dal corpo. e dentro -dentro il buco nella spalla- si vedeva chiaramente -non c’era altro che fili e valvole- rocchetti e tubicini -più un tantino d’una certa sostanza che vagamente somigliava al sangue. Tania stava là in piedi con quei ciuffi di fili che le spuntavano dalla spalla, dove prima aveva il braccio. mi guardò: “ti prego, vale anche per me. prima, quando t’ho chiesto di non essere triste…” le saltarono addosso, cominciarono a sventrare, a stuprare, a lacerare. io guardavo ma non potei resistere, chinai la testa e mi misi a piangere… oltre tutto, Indian Mike ci aveva rimesso 20 dollari. trascorsero alcuni mesi. non tornai più a quel bar, ci fu un processo ma il governo scagionò Von B. e la sua macchina. mi trasferii in un’ altra cittò. molto lontano. e un giorno, dal barbiere, mi capitò fra le mani una di queste riviste porno. e lessi questo annuncio: “Gonfiatela da voi, la vostra bambola. $29,95. tutta in gomma resistente, fatta apposta per durare! catene e scudisci inclusi nel prezzo. un bikini, reggiseno, mutande. 2 parrucche, un rossetto e un vasetto di balsamo d’amore: tutto compreso. Von Braschlitz & C.” gli mandai un vaglia. fermo posta nel Massachussetts. anche lui aveva cambiato aria. il pacco mi arrivò dopo 3 settimane. l’aprii e ci rimasi male, non avevo una pompa da bicicletta e, siccome non vedevo l’ora, corsi subito dal benzinaio lì all’angolo. man mano che si gonviava, andava meglio. gran tette. gran culo. “ma che è ‘sta roba, amico?” mi chiese il benzinaio. “senti, bello, t’ho chiesto solo un po’ d’aria in prestito. sono un cliente, no? compro qui la venzina, sì o no?” “e va bene, e va bene. pigliati pure l’aria. ma solo non capisco una madonna…” “e a te che te ne frega?” dissi io. “GESU’! varda che TETTE!” “lo vedo, stronzo!” lo lasciai lì con la lingua penzoloni, mi caricai la pupa sulle spalle, tornai a casa mia. la portai in camera. ora restava una grossa incognita. le allargai le gambe e controllai gli orifizi. Von B. non s’era scordato niente. le montai sopra e mi misi a baciare quella bocca di caucciù. ogni tanto m’attaccavo a una tetta e la ciucciavo. le avevo messo una parrucca gialla e m’ero spalmato l’unguento d’amore sull’uccello. nel vasetto ce n’era per un anno. la baciai con passione dietro le orecchie, le ficcai un dito in culo, e badavo a stantuffare. poi saltai giù, le incatenai le mani dietro la schiena, la catena era completa di lucchetto, e poi presi a scudisciarla ben bene con la sferza. dio, pensavo, ho da essere matto. poi la ribaltai e glielo misi in corpo. pompavo e pompavo. francamente, era alquanto noioso. ecco -m’immaginavo- un cane che si fotte una gattina, m’immaginavo due che si scopavano precipitando da un grattacielo. m’immaginavo una patacca enorme che era come una piovra e che strisciava verso di me, bagnata, che puzzava e che smaniava e che voleva l’orgasmo del piacere, ripassavo in rassegna mentalmente tutte le cosce, tutte le patonze, le mutande, le zinne che avevo viste. il caucciù sudava. io sudavo. “ti amo, ti amo tanto!” le sussurravo in un orecchio di gomma. detesto confessarlo, ma alla fine me ne venni dentro quella schifosa massa di caucciù. non era un’altra Tania, no, affatto. presi una lametta e la feci a brandelli. la buttai nella monnezza. quanti uomini, in America, compravano quelle stupide cose? oppure basta che cammini una decina di minuti per una qualsiasi strada di città americana, e ne incontri un centinaio, di macchine da fottere: solo che quelle fanno finta di essere umane.

povero Indian Mike. con quel cazzomorto da 20 pollici. tutti i poveri Indian Mike. tutti i poveri astronauti. tutte le puttane del Vietnam e di Washington. povera Tania, il suo ventre era un ventre di troia. le sue vene, le vene di una cagna. raramente pisciava e cagava, lei aveva soltanto da scopare -cuore, voce e lingua presi in prestito da altri- a quell’epoca c’erano stati, si diceva, solo 17 trapianti di organi. Von B. era molto, molto più avanti.

povera Tania, che mangiava appena appena: perlopiù formaggio a buon mercato e uva passa. non sognava, lei, il denaro e la roba o un’auto fuoriserie o una casa superlusso. non aveva mai letto i giornali. non sognava la tivù a colori, non desiderava bei vestiti, cappellini, stivaletti, chiacchierare al mercato con altre idiote massaie; né aveva mai sognato per marito un medico, un banchiere, un deputato, un poliziotto. per un pezzo il benzinaio ha badato a domandarmi: “che fine ha fatto quell’affare che un giorno sei venuto a gonfiare da me con la pompa?” ora però non me lo chiede più. vado da un’altra parte a far benzina. non vado più neanche a tagliarmi i capelli da quel barbiere dove lessi l’annuncio di Von Braschlitz. sto cercando di scordare ogni cosa. voi cosa fareste?